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Paranoid Android

Radiohead
Arena Civica - Milano
18 Giugno 2008

Viaggio di andata. Sul treno vediamo nascere un amore. Nel nostro scompartimento, davanti ai nostri occhi va in onda il primo incontro di due ragazzi - lui pittore, simpatico e un pò chic, lei studentessa di arte, carina ma dalla borsetta improponibile - uniti dal comune pellegrinaggio verso l’Arena Civica di Milano. Assistiamo ad ogni fase del loro avvicinamento: le frasi di circostanza, le possibili interpretazioni di Kid A, le presentazioni ufficiali, le cuffiette condivise, le prime allusioni e le prime carezze. Il tutto gratis e senza interruzioni pubblicitarie. La storia si complica a Bologna con l’arrivo dell’amico di lei, che dà prova pubblica di gelosia davanti a spettatori scioccati eppure contenti per tale inatteso colpo di scena. Oggetto della discordia si dimostra essere il foulard del pittore che avvolge ora il collo di lei, un regalo ben ricompensato dall’ambito numero di cellulare. Sullo sfondo dei paesaggi della bassa padana, il triangolo si sviluppa tra sguardi furtivi, frasi taglienti e lunghe (buie) pause in galleria. Il tutto infine si conclude con la restituzione del foulard (tornato al collo dell’artista per un presunto torcicollo), con un abbraccio poco convinto accompagnato da rumori tra il pubblico e qualche timido applauso.

Milano ci piace, possiamo confermarlo. No, non abbiamo trovato la nebbia, né incontrato manager con cravatte improponibili o leghisti con maiali al guinzaglio. Ci è andata bene.

Il concerto. Straordinario. Partito poco prima delle nove, si è fatto precedere sul palco dalla performance di una tipa che ballava, vestiva e cantava come Bjork. E non era lei. Tra il pubblico fan spagnoli all’ottavo concerto, Brad Pitt (quello vero) e avellinesi incontrati per caso (non mancano mai). Una scaletta grandiosa ci ha trascinati per più di due ore, concedendoci Just, Idioteque e 2+2=5 e chiudendo con Paranoid Android. Tra le altre, anche le note dell’ultimo album che avevano ormai colonizzato le mie orecchie. In particolare Nude e Faust Arp sono state bellissime, eseguite in un silenzio dell’intera arena quasi surreale.

Il prato di Parco Sempione ci ha concesso il meritato riposo all’uscita, accompagnato dai commenti sulle canzoni e sulle danze inscenate da Tom York. Poi l’intera notte trascorsa in giro per la città, tra le “colonne”, i navigli e il Duomo fino alla stazione e al primo treno della mattina, alle 5.30.

Sul viaggio di ritorno nulla da dire. Un gran bel sonno.

Lieve

Meglio del perdersi in fondo all’immobile
Meglio del sentirsi forti nel labile.

Come prendere un lungo respiro, come uscire da un’apnea che quasi non ricordo più quando sia iniziata. Apro i polmoni, respiro profondamente. Mi sento leggero e alzo lo sguardo. Niente esami all’orizzonte. Niente più.

Lisbon story

Esce oggi nelle sale il nuovo road movie del Consiglio Europeo, che già nel 2004 aveva prodotto la Costituzione Europea. La prima in anteprima a Dublino de Il Trattato di Lisbona - con protagonisti i migliori attori del panorama europeo - ha suscitato reazioni contrastanti, con commenti tutt’altro che positivi da parte del pubblico irlandese.

Già il precedente film del 2004 aveva incontrato il favore della critica, pur essendo accolto piuttosto freddamente dal pubblico francese e olandese. Secondo molti osservatori, i due film sono legati da un filo comune ed il secondo prova ad essere una continuazione del primo con un happy ending dai tratti holliwodiani.

Il Trattato di Lisbona ripercorre la storia europea in un viaggio che parte dalle coste dell’Oceano Atlantico per fare tappa nelle maggiori capitali del continente e giungere infine a Bruxelles. Una sorta di viaggio spirituale e di maturazione collettiva che - alle caratteristiche tipiche dei road movies americani - aggiunge una visione tipicamente europea condita di panorami mozzafiato e di una straordinaria colonna sonora. Nel loro viaggio in auto i protagonisti discutono infatti di attualità politica ed economica trovandosi infine, per una serie di eventi, ad affrontare anche i temi scottanti di etica e religione. Senza svelare l’intera trama, le diversità culturali e di età dei personaggi porteranno a scontri e discussioni lungo l’intero viaggio che si conclude all’arrivo con un finale a sorpresa.

La buona fattura del film pare non riuscire a bilanciare una scarsa incisività nella sua parte centrale e l’opera pecca forse di un’eccessiva ambizione elitaria.

Critica: ♦♦♦♦
Pubblico: ♥

Il Divo

I primi 15 minuti sono di fuoco, spiazzanti, surreali fino all’estremo. La prima sequenza con una canzone quasi “ammiccante” che accompagna i delitti più (o meno) conosciuti della Prima Repubblica. Quei titoli rossi di tarantiniana memoria con tanto di personaggi dai soprannomi improponibili. Il montaggio sempre aggressivo con delle scene che lasciano senza fiato.

Più in avanti il film procede con la storia del Divo, raconta le sue vicende pubbliche (i Governi, le correnti, i processi) e soprattutto una quasi plausibile vita privata (tra aspirine, cyclette e video di Renato Zero). Servillo rende il personaggio in maniera eccezionale. Resta credibile e serio mentre attorno l’ambiente si colora di grottesco tra musiche originali, balli caraibici di politici e baci di mafia.

Sorrentino mi piace. Ripenso all’ultima scena de Le conseguenze dell’amore, alla pace e all’angoscia che assieme mi ritrovai in corpo ai titoli di coda. Eppure mi chiedo come quest’ultimo film sia riuscito a vincere il favore della Giuria di Cannes, con tutti i nomi e gli eventi politici spesso poco noti perfino al pubblico italiano. Provo ad immaginare Castellitto che spiega la figura di Totò Riina a Natalie Portman oppure il ruolo di Aldo Moro nella DC a Sean Penn e un pò mi viene il dubbio che i giurati abbiamo assegnato il premio “sulla fiducia” (ben riposta, sia chiaro). Ammetto di aver fatto fatica nell’ultima parte del film a seguire la storia e credo che le ultime scene dedicate al processo di mafia siano un pò lente e troppo insistenti. Resta però un bel film, che descrive ancora una volta l’Italia che conosciamo, ma in maniera originale e con una prospettiva decisamente privilegiata.

Abbiamo scelto di agire. Abbiamo scelto di vivere la speranza di un mondo migliore e di non abbandonarla all’attesa di un fiabesco intervento di eroi a lungo invocati.

Abbiamo scelto di agire. Ed è agendo che rifiutiamo ogni manichea visione della vita che divida l’umanità tra furbi e vinti, perché non accettiamo di vivere in un mondo in cui il la battaglia per il bene comune sia “già persa”. Scegliamo dunque di non prestare ascolto ai moderni profeti che celebrano l’egoismo tra i frantumi di un pianeta da spartirsi avidamente.

Lottiamo però anche con l’ignavia della brava gente, di chi paga le tasse e non parcheggia in doppia fila e crede di poter avere così la coscienza a posto. Non possiamo accettare che la cittadinanza, l’appartenenza ad una comunità di uomini possa realizzarsi solo nel passivo rispetto delle regole di civile convivenza. Noi crediamo nella responsabilità quale necessario complemento della libertà di cui godiamo, perché l’alternativa a ciò prende altrimenti il nome di arbitrio e di ingiustizia.

Abbiamo scelto di agire perché siamo stanchi di questa indifferenza contrabbandata per impotenza di quanti credono che la cura del mondo appartiene sempre e solo agli altri. Noi crediamo che la rassegnazione, l’ indifferenza e il menefreghismo siano mali reali e concreti che fanno scivolare la nostra terra verso una inaccettabile desacralizzazione. Crediamo infatti che la terra sia sacra, come laicamente è sacro e inviolabile ogni bene consegnato nelle mani di una donna e di un uomo affinché essi ne conservino integrità e utilità per coloro che verranno. Essere sostenibili vuol dire dunque guardare al futuro, al nostro futuro ma anche a quello delle generazioni successive, le quali si attendono da noi un senso di responsabilità superiore di quello dimostrato da chi ci ha preceduto.

Siamo consapevoli di dover agire, per porre la nostra azione al servizio di chi è intorno a noi, degli altri studenti e della comunità in cui viviamo e studiamo. Ma crediamo anche di poter agire, convinti di essere in grado di incidere con le nostre azioni quotidiane su comportamenti e stili di vita che hanno ormai spezzato l’equilibrio con l’ambiente naturale in cui viviamo. Abbiamo fiducia nelle nostre forze, crediamo nella possibilità di cambiare radicalmente la nostra università, e con essa la nostra società.

Siamo ambiziosi - certo - ma non siamo ingenui. Riconosciamo l’ostacolo dell’inerzia di stili di vita ormai consolidati e siamo consapevoli che, al primo passo compiuto oggi, seguirà una lunga marcia prima di arrivare al traguardo. Siamo consapevoli di ciò ma siamo fiduciosi. Perché crediamo che “la bellezza salverà il mondo”.

–> Luiss Sostenibile luissostenibile.myblog.it

Luiss Sostenibile

Nasce il Gruppo Luiss Sostenibile. Le sue finalità sono di ridurre l’impatto ambientale della nostra università e di realizzare un più razionale e sobrio consumo delle risorse utilizzate. Il Gruppo si propone di raggiungere l’obiettivo di una università sostenibile in termini economici, sociali e ambientali, e di sensibilizzare studenti e docenti verso le tematiche dello sviluppo sostenibile.

L’iniziativa nasce dalla consapevolezza della necessità di adottare degli stili di vita che pongano l’equilibrio ambientale al centro dell’azione umana, nell’urgenza di agire concretamente per la lotta ai cambiamenti climatici in atto. L’azione del gruppo è motivata dalla coscienza che il superamento di tale sfida passi innanzitutto attraverso un cambiamento dei comportamenti individuali. Il limite naturale posto allo sfruttamento delle risorse richiede difatti un impegno concreto nella direzione di consumi della nostra università che siano più razionali ed efficienti. Nei fatti – oltre a contribuire alla lotta al surriscaldamento globale e a rendere più vivibile il campus universitario – i punti del programma mirano a realizzare un significativo risparmio economico grazie agli interventi di efficienza dei consumi energetici (acqua, elettricità, riscaldamento), della mobilità e degli stili di vita universitari.

Per maggiori informazioni, è possibile leggere il Dossier presentato oppure accedere alla pagina del Gruppo su Facebook.

Bicipite blues

Autobus. Guardo ad ogni curva il muscolo del braccio tendersi e subito gonfiarsi per tenermi aggrappato all’ultima maniglia che mi tiene in piedi. Il bicipite mostra senza pudore il suo dolore, il suo tormento. Pochi secondi e inizia a tremare, sofferente per un allenamento desiderato e mai ricevuto. Trema per chiedermi attenzione, quasi ad implorarmi di accompagnarlo in palestra o almeno di offrirgli un sacco da prendere a pugni. Il bicipite mi guarda - sì, mi guarda - e si chiede perchè esso sia carne di questo corpo e non magari del corpo di un bagnino, di un boscaiolo o anche solo di una massaggiatrice turca. È dura da accettare.

Malinconico il bicipite chiama in causa i compagni muscoli per l’ultimo sforzo, per l’ultima curva. Consapevole della sofferenza cui è destinato, porta silenziosamente il suo fardello e gode di ogni fermata che gli permetta di riposare. Eppure intanto medita vendette dal sapore di acido lattico, punizioni esemplari per le promesse di attenzione ogni volta disattese. Minaccia ora la stanchezza nei momenti migliori, quasi uno sciopero indetto per un salario migliore. Niente più ufficio, università e tavolino del pub. Il bicipite vuol tornare agli zaini pesanti portati sulle spalle “per strade non battute”. Vuole uscire da questa cattività urbana che lo costringe al riposo. Vuole ritornare ai sentieri, alle tende da costruire e ai fuochi da illuminare. Sceso dall’autobus lo ringrazio silenziosamente. Gli prometto un estate da backpacker. E la prometto anche a me.

5:50

Sveglia. Con il braccio cerco la lampada sul comodino. Qualcosa - il libro della sera prima - cade a terra. Luce. Non fa granchè freddo, mi infilo subito una felpa e vado verso il bagno. Non sono mai stato di quelli che nel letto passano minuti e minuti prima di alzarsi. Dentifricio, denti, occhi chiusi. Acqua fredda sul viso e ancora occhi chiusi. In qualche minuto sono pronto, sistemo la valigia, metto le mie cose in tasca e chiudo la porta. Anche stavolta sono riuscito a non svegliare nessuno. A volte i miei si alzano con me, mio padre si offre per accompagnarmi in auto mentre mia madre prova a riempirmi la valigia di mele biologiche e arance “quelle con la foglia”. Ascensore, portone di casa. Un nuovo lunedì mattina in partenza per Roma.

Per strada un silenzio conosciuto, rotto solo dal rumore del trolley trascinato al mio seguito, al ritmo scandito dalle ruote sul marciapiede. Pochi minuti di cammino accompagnati dal pensiero della domenica appena trascorsa e delle cose da fare nei giorni successivi. Il sole che sta per sorgere mostra a metà le valigie in attesa del pullman così come i loro padroni con le mani nelle tasche e gli occhi fissi nel vuoto.

Il pullman compare all’improvviso, volta rapidamente la curva e risveglia gli sguardi di emigranti settimanali e occasionali. A bordo ritrovo il viso ormai familiare dell’autista e le imbarazzanti canzoni della radio che promettono di tenerlo sveglio. Un posto numerato, un vicino un pò scocciato e un cuscino improvvisato con la felpa ed il foulard. 6:30, il pullman parte e il sole sorge. Io chiudo gli occhi e mi dico buonanotte.

Nodo Windsor

Il nodo alla cravatta non è poi così difficile. Avevo imparato a farlo già tempo fa e allora mi divertiva. A stirare le righe dei pantaloni ormai faccio da solo, così come riesco a piegare la camicie da me. Certo, ametto che a comprare le cravatte sia sempre meglio avere Roberta al mio fianco. A tutela del buongusto, tutto qui.

Sono cambiato, è vero. Sull’autobus adoravo guardare le persone, osservarle, ammirarle. Solo che ora non guardo più i bambini che giocano, nè cerco più le anziane signore cui cedere il posto. Neppure provo più a capire quale libro stia leggendo la tipa di fronte a me. Ora guardo le cravatte. Le scarpe. Il colore dei pedalini abbinato alle righe delle camicie. Poi ritrovo la mia immagine riflessa nel finestrino, mi fisso a lungo e infine scuoto la testa in maniera sconsolata.

Eppure dovreste riconoscere che un problema obiettivamente esiste. 3 completi, 6 camicie e 12 cravatte. Le combinazioni possibili non sono infinite. É matematico, non c’è scampo. E dunque mi tocca ricordare le combinazioni di colori senza mai ripetermi, lavorare molto di fantasia e lanciarmi in abbinamenti a volte azzardati. É dura..

Le parole fraintese

Da qualche giorno sul mio comodino c’è l’Insostenibile leggerezza dell’essere. Ricordo che anni fa - all’illuminata insistenza di Roberta che mi consegnava il pirmo Adelphi che mi fossi ritrovato tra le mani - io accoglievo il volume con un poco convinto , e dopo poche pagine con un No decisamente spaventato.

Eggià, per anni le prime pagine di quel libro hanno rappresentato per me un ostacolo ben più grande di quel tanto famoso primo capitolo del Nome della Rosa, con le sue (fin troppo) dettagliate descrizioni dell’architettura di chiese e conventi.
Converrete che le pagine di un libro che aprono con Nietzsche, Hitler e Roberspierre mal si conciliano con le rassicuranti promesse di una racconto dell’amore al tempo del Patto di Varsavia. Eppure già qualche estate fa riuscivo a superare lo scoglio dei primi capitoli e ad immergermi in quella storia - intensa - interrotta però prima di giungere alla conclusione. Ora ci riprovo. E mi interrogo. Del corpo e dell’anima. Dell’anima.

Basta innamorarsi follemente e sentire il brontolio del proprio intestino, perchè l’unità di corpo e anima, questa lirica illusione dell’età della scienza, svanisca di colpo“.

Earth Day

E stavolta ci provano con un grande concerto a impatto zero. L’Earth Day, il lancio di una nuova campagna contro il surriscaldamento globale.

Non manca nulla. Ci sono gli appelli dal palco in favore della raccolta differenziata, dell’agricoltura biologica e delle lampadine fluorescenti. Ci sono i video con effetti speciali a mostrare gli ordinari dati del nostro inquinamento. Ci sono le canzoni dedicate alla madre terra e alle tanto care radici. Ci sono infine i banchetti e i volontari che distribuiscono materiale informativo.

Eppure i risultati non sono dei migliori. Cos’è che non va?

Inflazione

A hungry man in an angry man.

Semantica

Ciascuno di noi è ricco in proporzione al numero delle cose delle quali può fare a meno“. Henry D. Thoreau

Il prezzo del petrolio ha raggiunto il punto più alto lungo la curva del suo andamento storico. Un punto sul grafico perfino più alto rispetto ai difficili momenti che furono per l’Italia le crisi petrolifere del ‘73 e del ‘79. Allora si iniziò a parlare per necessità di risparmio energetico ma, appena i rubinetti di petrolio si riaprirono, ci si dimenticò delle difficoltà appena superate e dei buoni propositi per il futuro.

La parola chiave in quel periodo fu austerità, o austerity se volevi fare il figo un pò esterofilo. Il termine portava con sè misure molto dure e severe dovute alle difficoltà di quegli anni. Eppure quel termine introduceva nella società italiana anche l’invenzione delle domeniche a piedi, le prime misure concrete di isolamento termico degli edifici e l’impostazione di 20° come temperatura ideale per le abitazioni.

Discutere di petrolio e di energia non vuol dire occuparsi solo dello le grandi tematiche ambientali di cui ormai si arriva a parlare perfino al tiggì delle otto. Il prezzo del petrolio è questione che riguarda anche il (meno nobile all’apparenza) obiettivo di garantire la sicurezza degli approvviggionamenti energetici del nostro paese. Consumare meno vuol dire acquistare meno e dunque essere meno dipendenti da aree del pianeta in situazioni di grave instabilità politica. Risparmiare energia è la prima soluzione del problema, dunque. E questo lo racconta perfino Topolino (non scherzo, è così)!

Oggi (per fortuna) non ci sono misure estreme da dover adottare per rispondere a crisi energetiche improvvise. Eppure con i prezzi arrivati così in alto, appare strano che nulla si muova alla ricerca di un’alternativa agli stili di vita attuali. In pochi vogliono tornare ad essere austeri, sebbene questo non voglia più dire rinunciare al cinema dopo le 22. Austerità, in sostanza, non è più una bella parola (neppure austerity lo è più). Un buon consiglio allora è leggere che austerità non significa affatto una rinuncia in nome dell’isolamento o di una chiusura in se stessi. “Tommaso (d’Aquino) definisce l’austerità come una virtù che non esclude tutti i piaceri, ma soltanto quelli che degradano o ostacolano le relazioni personali.” Una scelta di vita più equilibrata, insomma.

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blogger

A pensarci bene, non è mica che anche io ho un blog perchè non riesco ad andare a un reality?

Se questa è la visione dei blog e di internet che si ha da fuori..

giemme

‘E finita. Abbracci a fine serata con il freddo che ti entra nella ossa. Sorrisi e promesse di un arrivederci molto vicino. E nel frattempo tanti pensieri sul futuro che inizia a tessere la sua tela e che separa ciò che gli scorsi mesi hanno faticosamento messo assieme. La classe di GM. I giemmini che dolcemente volgono lo sguardo verso questa diaspora certo annunciata (ma ma mai ben compresa) che dopotutto avevamo accettato all’inizio dell’anno accademico. ‘E finita perchè noi tutti ora cerchiamo di costruire una via per noi stessi, perchè noi tutti sappiamo che questa via ci allontana dalle sicure mura dell’università.

Certo è strano che questo addio si consumi tra arrosticini e camierieri napoletani che gridano espressioni incomprensibili. Arrivederci e non addio voglio dire a chi parte e a chi (me compreso) certo vorrà partire presto verso la conoscenza che sappiamo bene di dover apprendere. Arrivederci perchè ci troveremo ancora nelle occasioni importanti a festeggiare l’uno o l’altro con la corona di alloro sulla testa e le tante preoccupazioni per un giorno allontanate e scacciate via. Arrivederci perchè so bene che tutto questo mi mancherà un giorno, e che il nodo alla cravatta sarà presto così stretto da farmi rimpiangere la t-shirt di stasera. Arrivederci perchè è stato breve ma intenso, e perchè dopotutto ci siamo proprio divertiti un sacco. Arrivederci. E soprattutto in bocca al lupo.

Del vento la carezza

Il viaggio ha una garanzia per me: la posibilità di riflettere. E di scrivere. Si tratta di un periodo particolare. Mi andrebbe di chiamarla transizione ma sono consapevole che non è così semplice. Mi pare a volte di perdere pezzi interi di me stesso, convinzioni che si affievoliscono, alcune mie sicurezze che scopro essere più vulnerabili. In cima a tutto sento crescere un senso di disaffezione, di accettazione dello status quo. Temo che si tratti di assuefazione, di una lenta resa al fascino discreto di questo mio stare bene, dopotutto.

Solitamente non guardo al passato. Piuttosto mi curo del presente e progetto il futuro (ed in questo c’è chi ha ragione a criticare i miei evidenti eccessi..). Tuttavia in questa pausa di vita che è per me un viaggio in treno, riprendo il filo di questi ultimi anni e mi scopro diverso, eppure non necessariamente maturo.

Vesto più “serio”, innanzitutto. Ho più scarpe, più giacche, più camicie. E mi piace. Ma anche no. La barba fa fatica ad arrivare alla fine della settimana, ormai falcidiata a cadenza regolare. Mi chiedo se si tratti di un segno di qualcosa che sta accadendo. Credo che sia così. Eppure ciò che più mi spaventa, ciò che più mi dispiace, è vedere non ciò che diventerò ma ciò che non sarò più. Il passato. Persone e luoghi che difficilmente mi abituo a guardare da lontano. Uno zaino di esperienze che mi ha accompagnato e fatto crescere lungo la Strada fin qui.

Il fatto è che non ho paura del futuro. Ho fiducia che dopotutto riuscirò a cavarmela. Ho solo paura di perdere dei pezzi. Ho paura che uno ad uno cadano via dal mio zaino.

Job hunter

Come andare a caccia. Job hunting. Come nel safari. Tu che ti aggiri per la savana con il tuo bel fucile, gli shorts color cachi e il CV sotto il braccio. Magari con la camicia e la cravatta blu, che si intonano meglio col colore dei pantaloncini. Una ricerca snervante, tanta tanta pazienza in attesa del momento giusto, e poi boom! un attimo e l’occasione scappa via. Al momento giusto inizio a correre, solo che a volte proprio non capisco se sono io il cacciatore o a me tocca la parte della preda.

Poi il colloquio. L’apice della tensione. Giacca e camicia. Niente cravatta. Jeans o pantaloni? Dlin dlon, stringi forte la mano, sorridi, annuisci, mi accomodo, grazie, sbottona la giacca, sorridi ancora, l’Erasmus, un’esperienza importante, guarda fisso negli occhi, la Svezia, un bel posto, battute su neve, Ikea e (le) svedesi, non incrociare la gambe, non gesticolare troppo, I speak very good, Un petit peu, non controllare l’ora, domanda intelligente, in piedi, abbottona la giacca, prego prima lei, piacere mio. Arrivederci (?)

Villa Gordiani

Il solo fatto che io vada a correre rappresenta una notizia di per sè. Certo stavolta non avevo scuse, con una villa così bella proprio di fronte il portone di casa. E allora pantaloncini, scarpette, Kinks nelle orecchie e si parte.

Mi costa ammettere che quello che per me è già un evento - correre appunto - per tanti altri è attività quotidiana, roba di poco conto, quasi routine. Eppure fin qui andrebbe anche bene, se tra questi tanti altri non ci fossero il sessantenne che va più veloce di me, la tipa col tatuaggio che fa i pettorali con un braccio solo e il ragazzino che c’hai due polpacci che io manco se mi scolpiva Bernini. Io sono abbastanza diverso dalla fauna tipica dell’habitat. Io sono il brutto anatroccolo.

Proprio non è la stessa cosa che andare a correre con Roberta al campo Coni. Fare un paio di giri del campo, fare un pò di addominali (o almeno fare finta), provare a tenersi sulle parallele per più di 10 secondi e poi stramazzare a terra dolorante. Tutto questo io, mentre Roberta mi guarda, corre e ride (sì, mi guarda e ride, sempre)! No, proprio non posso definirmi uno sportivo, meglio essere onesti.

Per fortuna non ci sono solo gli sportivi a Villa Gordiani. Al di là dei cani perennemente eccitati e dei pensionati incazzati col governo, ci sono tante famigliole che portano i bambini sulle giostre, i papà che giocano a pallone con i figli e le mamme che sgridano in continuazione (i papà, non i figli). Mi consola guardare questi paesaggi umani mentre provo a distogliere l’attenzione dalla fatica, dagli strani pensieri e dalla ricorrente frase “Questo è l’ultimo giro, questo è l’ultimo giro”. Alla fine ci riesco, torno a casa soddisfatto con un mezzo giro in più conquistato rispetto alla corsa precendente. Passato il portone resisto alla tentazione dell’ascensore (”cosa sei andato a correre a fare?!”), arranco per sei piani di scale e stramazzo sul letto. Con un sorriso ebete sulla faccia.

Una questione differenziata

Insisto che il problema sta anche nella raccolta differenziata. Comprendo che essa non sia l’unica soluzione, ma di certo ne rappresenta una buona fetta. Una differenziata senza se e senza ma. Perchè non è possibile che in Campania si ricicli solo il 10,6% dei rifiuti mentre al Nord si arriva in media al 38,1% (fonte il Mattino). Non è possibile. I dati del Nord non si riferiscono solo a quei bei paesini della provincia di Bolzano con percentuali all’85% (e pannelli solari, biciclette e bioedilizia). A Novara (102.746 abitanti) si differenzia il 70% dei rifiuti.

Si tratta di creare una cultura dell’ambiente che passi attraverso un severo sistema di sanzioni ed incentivi e si basi su una solida opera di educazione (in scuole, associazioni, parrocchie, etc). Si tratta di un processo che ha bisogno di tempo, ne sono consapevole. Ma giunti a questo punto, in Campania non possiamo che iniziare immediatamente a lavorare con un orizzonte temporale ben più lungo della scadenza del prossimo commissario. Lo stato emergenziale porta emergenza e ciò di cui ora ha bisogno la Campania è una seria programmazione di lungo periodo.

In Svezia - tanto per citare un esempio - le cose sono diverse. Lì le regole sono dure, e si applicano ormai da tanto tempo. Ci sono il vuoto a rendere, il porta a porta e i sacchetti biodegradabili. A Mercato San Severino - in provincia di Salerno - di Svedesi magari ce ne saranno stati un paio, forse di passaggio. Eppure quel paese ha raggiunto un soddisfacente 60% in breve tempo e con costi relativamente bassi. La vicina Sarno è allo 0,4%. Ciò che è servito all’amministrazione è stata una positiva (e costruttiva) opera di comunicazione con la popolazione e sopratutto tanta lungimiranza politica. Quella che oggi, putroppo, vediamo troppo spesso scarseggiare.

Una nota sul comportamento di noi gente comune (perche’ le responsabilita’ non appartengono solo alla classe dirigente). Smettiamola di lamentarci se ne abbiamo perso il diritto. Se non differenziamo i rifiuti, se non paghiamo le tasse, se parcheggiamo nelle strisce gialle, se passiamo la fila in farmacia, se gettiamo il mozzicone a terra o la carta dall’auto in corsa. Smettiamola. E diamoci da fare.

Ben piu’ serie minacce

Il governo di Teheran è <un pericolo e una minaccia per l’umanità > secondo il presidente americano, in un discorso ad Abu Dhabi la scorsa settimana. Eppure Ahmadinejad veniva liberamente invitato in settembre presso la Columbia University di New York per un incontro con gli studenti, con lo stesso presidente a dare l’ok sulla base di diritti di libertá riconosciuti ai propri cittadini. Possibile che il Papa rappresenti per la Sapienza una minaccia addirittura superiore a quella del presidente iraniano per gli USA?

Ahmadinejad <finanzia i terroristi, danneggia la pace in Libano, minaccia i Paesi vicini, invia armi ai Taliban, sfida le Nazioni Unite e destabilizza l’intera regione rifiutando l’apertura sul suo programma nucleare. Azioni che minacciano la sicurezza delle nazioni ovunque e dimostrano che l’Iran è il maggior patrocinatore del terrorismo>, sempre nello stesso discorso del presidente americano. Eppure agli studenti statunitensi è data l’occasione di incontrare tale minaccioso oratore, di ascoltarlo, porgli domande ed aspettarsi delle risposte. Possibile che in Italia non sia possibile ascoltare in un contesto accademico una figura di rilievo (religiosa e intellettuale) quale è il Papa? Perchè non riconoscere la sua liberta’ di intervenire all’universitá e poi - se lo si crede opportuno - criticarne il discorso, le opinioni, o semplicemente ció che non piace?

Voler impedire ad una persona di parlare - perfino ad una minaccia nazionale - altrove si definisce intolleranza. Come mai in Italia la chiamiamo difesa della laicitá?

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