Eppure sapevo che sarei passato lì. ‘E stata una nuova sorpresa.Sabato pomeriggio, poche ore a separarmi dalla partita dell’Italia, avevevo ben pensato di staccare prima lo studio ed andare a comprare dei biglietti per un concerto, ad una rivenditoria ai piedi di S. Maria Maggiore. Ora, il negozio era chiuso, pazienza, dovrò tornarci in settimana, come se poi avessi tutto questo tempo per andare in giro per Roma e non ci fosse un esame (dannato) che mi costringe in casa a ripetere e a vivere di Blob e Mondiali d Germania, ma pazienza, non pensiamoci che poi ci si sta male a rifletterci. Andiamo avanti.
L’appuntamento con gli amici era a Viale Manzoni, alla <PrimaFermataDel3SeVieniDalVerano>. Piuttosto chiaro. Da S.Maria Maggiore sono poche centinaia di metri, fa ancora caldo e il sole non tramonta ancora (già, siamo a giugno) così propongo al mio corpo (stupito di cotanto tempo passato all’aria aperta) di arrivare all’appuntamento a piedi. L’orologio, dopo uno sguardo furtivo, mi concede il suo assenso. Prendo via Carlo Alberto ed inizio a scendere giù per l’Esquilino. Per strada ci sono poche persone, la partita in meno di un’ora ha fatto chiudere tutti i negozi mentre i bar – quelli sì – restano aperti, con i tavoli all’aperto addobbati di turisti in calzoncini corti con corredo di pelle scottata e cono al pistacchio in mano.
Piazza Vittorio. Eppure sapevo che sarei passato lì. ‘E stata una nuova sorpresa.
Non era la prima volta che passavo di lì. Il problema, forse, è proprio questo. Io, per Piazza Vittorio, ci ero sempre e solo passato. In direzione San Giovanni o forse Termini oppure verso quel ristorante indiano a Via Principe Amedeo. Non ci ero mai andato a Piazza Vittorio.
Le altre volte avevo sempre camminato sotto i portici, tra la gente, il casino, i tanti colori, le tante persone, le tante diversità di un posto che – per un residente nella triste Via Levico, nel quartiere Trieste – forse è difficile chiamare Roma. Ogni tanto mi chiedo se i miei vicini di casa, i cari signori con “la faccia usata dal buonsenso”, sappiano che si può vivere senza scritte fasciste sotto casa, senza macchine della polizia di scorta a qualche ministro o alternanza perfetta di Mercedes e Smart nelle strade. Forse si stupirebbero a sapere che c’è qualcosa in più, in questa loro città.
C’è. Perchè attraversare il parco di Piazza Vittorio si è rivelata un’esperienza. Nel gruppo di ragazzi cinesi che giocavano sotto il canestro, ce n’era uno con la maglia di Totti e i pantaloncini degli Houston Rockets…un altro era seduto sul muretto, con un radiolina in mano, a cercare (ne sono convinto) la stazione per ascoltare la partita. Più avanti su una panchina, c’era un professoressa in pensione delle scuole medie, al suo fianco la figlia (o forse la nuora) teneva tra le braccia un bambino piccolo e paffuto, mentre ascoltava le parole della prof. sui ragazzi di oggi, e su qualche nipotino che doveva averle rotto qualcosa (un vaso, un lampadario) nel salotto di casa.
Sotto gli alberi, due gruppi di ragazzi si dividevano un fazzoletto di terra battuta abbastanza grande: da un lato dei bambini italiani a giocare a pallone (porta tedesca, il gioco) e dall’altro almeno una decina di ragazzini indiani a giocare a cricket. Non avevo mai visto nessuno giocare a cricket. Uno dei ragazzi – quello più grande, credo – si trovava accanto a dei paletti di legno piantati in terra, con una mazza da baseball un pò appiattita tra le mani, pronto a ricevere la palla del lanciatore piazzato all’angolo opposto del campo. Non so bene quale fosse il ruolo degli altri ragazzi, ma sembrava che tutto fosse fermo ed immobile in attesa del lancio; al momento della battuta, evidentemente andata male, un paio di ragazzi erano scoppiati a ridere, mentre gli altri – seccati – abbandonavano il campo. In quel momento il padre del lanciatore era entrato in campo, con una piccola tv in mano. Le magliette azzurre di qualche ragazzo, anche qui, mi convincevano che sarebbero restati al parco a guardare la partita.
Qualche passo più in là, guardo di nuovo l’orologio, che questa volta mi mostra- severo – che avevo speso fin troppo tempo lì e che non avrei potuto certo fare ritardo!! Solo qualche minuto dopo le idee dell’orologio mi avevano convinto: mancava davvero poco alla partita, e mi toccava ancora raggiungere gli altri all’appuntamento.
Avrei tifato Italia, certo. L’Italia di Piazza Vittorio, però.



