La senti. Si avvicina. Si muove sinuosa, lentamente, quasi a lasciarti intendere di non volersi neppure accostare. Ma tu sai bene che lo desidera. Tu immobile, impassibile, quasi a voler subire uno suo fascino che immobilizza, che rende di pietra e non lascia spazio a movimenti. È un gioco di attese, di velleità e continue finte, di sguardi furtivi con ognuno a recitare la propria parte, nell’attesa che giunga il momento di agire.
E poi lo scatto. Ogni singolo muscolo del tuo corpo che si muove, che risponde all’ordine ricevuto dai quei piani alti del cervello che hanno elaborato la strategia vincente da eseguire. È un’armonia perfetta, una poesia, la grazia dei tuoi movimenti, con gli arti, il collo e la testa, tutti in euritmico concerto nella spasmodica ricerca della risoluzione finale. Ucciderla.
Fallisci. Miseramente, per giunta. Non riesci neppure a toccarla, a raggiungerla con un lembo del tuo giornale accartocciato. Non sono serviti a nulla i documentari di Piero Angela sui coccodrilli del Nilo e le loro prede mattutine. Per quanto tu voglia imitarli (i coccodrilli), per quanto tu voglia tentare di restare immobile per mimetizzarti, le tue prede sono ben più scaltre delle zebre della savana (con tutto il rispetto per le zebre della savana) e tu sei ben più ritardato dei coccodrilli del Nilo (e lo sai).
Neppure i film di Steven Seagal sono serviti a nulla se non sei riuscito ad apprendere com’è che fanno gli ex Marine che poi finiscono a fare i cuochi sulle navi ad esser cosi bravi a nascondersi, avvicinarsi e colpire. Non hai appreso da McGiver come fare tesoro di ogni singolo oggetto in camera né ti sei munito degli ultimi ritrovati tecnologici di cui James Bond fa uso nelle sue missioni.
Ma tutto ciò tanto non importa. Scottano ancora sul tuo corpo i segni indelebili delle sue violenze passate. Per quanto tu possa prepararti ad essa, la zanzara vince sempre. Comunque.