Da qualche giorno sul mio comodino c’è l’Insostenibile leggerezza dell’essere. Ricordo che anni fa – all’illuminata insistenza di Roberta che mi consegnava il pirmo Adelphi che mi fossi ritrovato tra le mani – io accoglievo il volume con un poco convinto Sì, e dopo poche pagine con un No decisamente spaventato.
Eggià, per anni le prime pagine di quel libro hanno rappresentato per me un ostacolo ben più grande di quel tanto famoso primo capitolo del Nome della Rosa, con le sue (fin troppo) dettagliate descrizioni dell’architettura di chiese e conventi.
Converrete che le pagine di un libro che aprono con Nietzsche, Hitler e Roberspierre mal si conciliano con le rassicuranti promesse di una racconto dell’amore al tempo del Patto di Varsavia. Eppure già qualche estate fa riuscivo a superare lo scoglio dei primi capitoli e ad immergermi in quella storia – intensa – interrotta però prima di giungere alla conclusione. Ora ci riprovo. E mi interrogo. Del corpo e dell’anima. Dell’anima.
“Basta innamorarsi follemente e sentire il brontolio del proprio intestino, perchè l’unità di corpo e anima, questa lirica illusione dell’età della scienza, svanisca di colpo“.





non c’è che dire…le tue parole sono sempre spaventosamente vere… =)